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martedì 27 aprile 2010

Birrestra? La birra è di destra.


di Gianfranco Franchi

La birra è di destra. C’è poco da fare. È di destra, perché sa essere popolare e aristocratica. È di destra, perchè incarna l’espressione del territorio: è sensibile ai particolarismi locali, e sa confederarli in una patria soltanto. È di destra, perchè sa essere democratica. È di destra, perché pretende distinzione: per ogni birra il suo bicchiere, per ogni etichetta una storia; una storia d’un clan, una storia d’una vera tradizione artigianale o industriale. È di destra, perché è affascinante come una sconosciuta, e tuttavia è subito famigliare. È di destra, perché crede nella diversità.

È di destra, perchè è stata scoperta e amata per prima dalle donne. È di destra, perché a Roma importò la sua cultura Giulio Agricola, suocero di Tacito, educato dai mastri birrai britannici. Flavio Valente preferiva la birra austriaca, il “sabaium”. Noi siamo molto riconoscenti ai nostri padri, e alla loro favolosa apertura mentale.

Riconosci l’uomo di destra da come beve la birra. Il compagno beve birra perché non ha coraggio di ordinare un buon vino; per il gusto della socialità d’accatto, o per rincoglionirsi un po’; noi, invece, prima di ordinare una birra pensiamo. Pensiamo, per prima cosa, alla nascita della cultura nuova delle carte delle birre. Pensiamo, scegliendo una o un’altra etichetta, alla Bretagna, al Belgio, al Piemonte, al Lazio. Pensiamo, scegliendo quella bottiglia, che dovremo abbinarla idealmente a qualcosa di stuzzicante; un buon formaggio italiano, ben stagionato, un po’ di affettati scelti. Un gran sigaro toscano. Pensiamo, infine, che quella birra andrà bevuta in un bicchiere ideale. E ce ne freghiamo dell’utilitarismo, ce ne freghiamo delle necessità: sappiamo attendere, sappiamo aspettare, sappiamo scegliere. Sappiamo bere, in altre parole. Noi siamo gli apoti: quelli che non se la bevono, quelli che se la gustano.

Il compagno che beve birra è come “Il mangiatore di fagioli” di Carracci: sta là, su un tavolaccio dimesso, che trinca per non ammettere che è tutto lì; che il Muro di Berlino è caduto, e quello di Gorizia è stato sgretolato; che in Polonia il comunismo è un reato; che a Cuba il faro adesso è la libertaria Yoani Sanchez, e che Putin va a mangiare e bere nei ristoranti di Golfo Aranci, perché ha imparato che vodka e caviale stuccano, e che la vera grande cucina è quella mediterranea: è quella italiana. Il compagno che vuole darsi arie da Degas, post assenzio, guarda nel vuoto e titilla la sua bottiglietta di vetro, facendola piroettare qua e là – poi dà di gomito al suo amico e parla di manifestazioni; volano milioni di militanti da un tavolo all’altro, come molliche di pane, e si sogna un nuovo sol dell’avvenire, proprio come in “Palombella Rossa”. Nel silenzio, mogio mogio, trattiene un rutto. A fatica.

L’uomo di destra che beve birra è ospite del “Caffè di notte” di Van Gogh, e sta leggendo un libro di Giordano Bruno Guerri. La stanza è accesa di colori vivi, fenomenali, e ogni sorso è speranza, e visione solare del futuro. Intanto sogna di comprare “Un bar aux Folies-Bergère” di Manet, perché in quella tela appaiono delle bottiglie di birra. Sogno proibito? Sogno migliore: sviluppa la fantasia, anima pensieri nuovi. L’uomo di destra non beve soltanto: assapora. Apprezza. L’uomo di destra beve felice perché s’accorge che tante cose sono cambiate: gli italiani stanno imparando a riconoscere la storia degli Istriani, dei Fiumani e dei Dalmati, e guardano con sospetto a chi dice d’essere andato in vacanza in Croazia; subito lo correggono, “Istria, o Dalmazia!”. Beve felice e sereno, senza eccedere, perché sa che adesso il Premio Nobel per la Letteratura è andato a una come Herta Muller, che ha saputo combattere il comunismo e rovesciare Ceausescu come niente fosse; sa che l’Europa che sta nascendo è l’Europa delle patrie, e sa che s’avvicina il giorno in cui Bruxelles si tingerà dei colori di Roma; sa che il mondo tornerà ad ammirare l’arte degli italiani, dopo aver idolatrato il genio dei futuristi; sa, infine, che i suoi ideali e i suoi valori non sono mai cambiati, perché sono quelli cavallereschi che hanno attraversato il tempo.

È indispensabile saper bere: perché bere è un atto naturale, e comune, e la distinzione è tutto. Bere perchè chi si ha sete non basta: bisogna bere perché se ne ha la volontà, se ne ha lo spirito, se ne ha l’intelligenza. Giorni fa è planato sulle nostre scrivanie questo ricco Manuale della Birra (Gribaudo, 288 pp, euro 25,00), corredato da 400 immagini a colori, e sfogliando e interiorizzandolo abbiamo meditato. È un manuale equilibrato, né destro né sinistro (come il povero Luigi Bartolini: “Destro mai, neppur sinistro / seppi, volli, esser mai. / Tu lo sai, Signor; per questo / io da tutti ne buscai”), iniezione di intelligenza, vivacità e curiosità intellettuale: un must per tutti gli appassionati di grande enogastronomia, un must per tutti quelli che bevono senza saperlo, o per consolazione, o per spacconeria. Un must per chi sa che la birra non è solo acqua, malto, luppolo e lievito: così come la politica non è solo partecipazione, militanza e fedeltà. Un oggetto di culto per chi sa che la temperatura di servizio è tutto: è come la linea editoriale.

Lelio Bottero, il curatore, insegna: esistono le Stout (in pinta!), le Weiss, le Strong Ale, le birre d’Abbazia e quelle Trappiste; esistono i favolosi microbirrifici italiani, associati in Unionbirrai. Naturalmente, ci segnala i migliori. La birra non esiste, perché esistono “le birre”. La schiuma è fondamentale: pochissime sono le birre “piatte”, quella senza schiuma. La birra non fa ingrassare: è meno calorica di una CocaCola o di un succo di frutta, meno di una grappa o di un whisky. La birra è digestiva, antianemica e positiva per l’apparato circolatorio: come una vittoria elettorale.

Chiudiamo con qualche curiosità. La prima vera fabbrica di birra italiana venne aperta a Nizza, nel 1789; quindi, venne Spluga di Chiavenna (1840), i fratelli Luciani di Pedavena (1897), la Peroni (1946), i fratelli Caraccio a Biella, poi proprietari della Menabrea. E ancora: Cervisia a Genova, Busalla a Savignone, Poretti a Varese, Italia a Milano. Questi i pionieri segnalati da Bottero. Che aggiunge che forse non tutti sanno che “i nostri artigiani esportano con successo negli Stati Uniti apprezzate birre aromatizzate, birre acide maturate in barrique o birre di ispirazione egizia al Kamut e con resine al posto del luppolo. Il futuro sembra dunque roseo per la produzione artigianale italiana”. E tutto quel che dà lustro e onore alla nostra nazione è la gioia della destra, c’è poco da fare.

venerdì 13 febbraio 2009

Geronimoooooooo!!!!!



Le sue ossa sono conservate nell'Università di Yale
Diavolo o mistico, Geronimo fa discutere a 100 anni dalla morte
Martedì prossimo la tribù di San Carlos Apache dell'Arizona renderà omaggio all'antico capo guerriero. L'obiettivo è riscattare la sua eredità spirituale e cancellare l'immagine negativa che circola nella cultura popolare Usa

Los Angeles, 13 feb. (Adnkronos) - Demonio per alcuni e mistico per altri, il leader degli Apache Geronimo che ha difeso la cultura dei pellerossa combattendo contro americani e messicani, continua a far discutere a 100 anni dalla sua morte, il 17 febbraio 1909 in Oklahoma. Martedì prossimo la tribù di San Carlos Apache dell'Arizona renderà omaggio all'antico capo guerriero, con l'obiettivo di riscattare la sua eredità spirituale e cancellare l'immagine negativa di Geronimo che ancora circola nella cultura popolare degli Stati Uniti.

Apache Chiricahua, Geronimo come lo chiamavano i messicani o 'Gojlaye', che nella lingua dei chiricahua significa "colui che sbadiglia", era nato il 16 giugno 1829 nella tribu Bedonkohe, vicino al fiume Gila, in Arizona. James Riding, docente di Studi indiani dell'università locale, sottolinea che da molti bianchi Geronimo venne considerato un terrorista, ma per la sua gente è stato un combattente della libertà.

"Divenne leggendario per la sua battaglia contro il colonialismo - dice il professore - la sua lotta alla testa di un piccolo gruppo per difendere la cultura Apache rappresenta un lascito di resistenza e tenacia". Anche per Marlon Sherman, specializzato in Studi sui nativi nordamericani dell'università du Humboldt, Geronimo è stato un leader spirituale, uno sciamano con una grande esperienza nel campo della medicina tradizionale.

Scese in campo, con le armi in pugno, dopo che 400 messicani guidati da Josè Maria Carrasco trucidarono sua moglie Alope, i loro tre figli e sua madre, nell'estate del 1858. Nella sua autobiografia, Geronimo racconta che, per vendicare i suoi, chiese aiuto al capo Cochise della tribu Chokonen: "Siamo uomini come i messicani e faremo loro ciò che hanno fatto a noi - scrive - Combatterò in prima fila; vi chiedo solo di seguirmi per vendicare il male che ci hanno fatto i messicani. La mia gente è stata assassinata e io sono pronto a morire, se necessario".

Nasce da qui l'immagine a tinte fosche di Geronimo, considerato da molti "un selvaggio sanguinario, crudele e inumano", sottolinea Sherman. Lo studioso osserva poi di non sapere se siano "vere tutte le atrocità imputate a Geronimo, ma in ogni caso non si è voluto fare luce sulle barbarie commesse dai soldati americani e messicani contro gli Apache".

A dare una mano è stata anche l'industria cinematografica, con i tanti film sui pellerossa malvagi e nemici. Anche in 'Ballando con i lupi', il film con Kevin Costner che tenta di riscattarne l'immagine, osserva Sherman, il protagonista è comunque "un uomo bianco che è un pellerossa migliore degli stessi pellerossa".

Secondo Sherman, a differenza di quanto Hollywood ha mostrato in tante pellicole, Geronimo è stato un capo tenace e accorto, intelligente e valoroso, rispettoso e generoso. "Si è sempre considetato un esperto della medicina e della guerra, ma non un capo assoluto - dice il professore - Era un uomo molto umile nei confronti dei compagni di battaglia".

Quanto alla sua conversione dell'ultima ora al cristianesimo, secondo il professor Sherman si è trattato di "convenienza, per mantenere la pace con la sua gente. In privato -assicura l'esperto - ha continuato a professare la sua religione". E Riding è d'accordo con Sherman: "Era Apache nel profondo del cuore". Nonostante Geronimo avesse abbracciato la fede cristiana, non gli venne permesso di tornare alla sua terra natale e il capo Apache morì di polmonite in prigionia, a Fort Sill, in Oklahoma.

"La seconda battaglia di Geronimo è iniziata dopo morto", rievoca infine Riding. Nel 1918 le sue spoglie vennero rubate dalla tomba. Sembra ad opera di una società segreta dell'università di Yale, la 'Skull and Bones' (teschio e ossa) alla quale apparteneva anche Prescott Bush, nonno di George W. Alcune ossa del leader Apache sarebbero state usate nei rituali della società segreta.

Successivamente, in una lettera, l'università di Yale ha rivelato che i resti di Geronimo erano custoditi in un edificio dell'ateneo. Gli Apache hanno chiesto di riaverli indietro, affinché al loro antico capo venga restituita dignità e Geronimo, secondo le loro credenze, possa finalmente riposare in pace.

domenica 3 agosto 2008

Giuseppe Garibaldi, chi era costui? La domanda sembra ...

Questo articolo è preso da IL TEMPO.it mi è sembrato molto interessante e l'ho voluto mettere qui.

Giuseppe Garibaldi, chi era costui? La domanda sembra rincorrersi di tanto in tanto sui libri di storia, oltre che nella polemica politica. Era Garibaldi per dirne una il ritratto di lui sui manifesti del Fronte cosiddetto popolare nelle elezioni del 1948? Non pare, e fece bene Guareschi a dipingere su quel volto dei baffoni alla Stalin, a significare che dietro alle sinistre c'era lo spietato oppressore di popoli e paesi dell'Europa dell'est (e a ben guardare della Russia stessa).

E chi era, cosa rappresentò la figura di Garibaldi nel quadro di quel processo risorgimentale che si concluse con l'unità dello Stivale? Un eroe di certo, ma anche un personaggio non semplice da classificare. Un condottiero, un uomo d'arme, non privo però di intelligenza politica, si vedano in sequenza la serie di «obbedisco» dette ai Savoia.
Nel Sud non fu un oppressore, piuttosto un liberatore, si rammenti l'entusiasmo col quale i picciotti siciliani accorsero a combattere sotto la sua bandiera, magari in odio al centralismo di Napoli. Il regno dei Borboni non era - non soltanto - quell'insieme di vizi e di degradazione di cui parla una certa storiografia, di parte e savoiarda. Ma di sicuro era minato nel profondo, più un regno virtuale che reale, non si capirebbero altrimenti i successi - fulminei quanto meno in Sicilia - di una spedizione di appena mille uomini, straordinariamente motivati da chi li comandava, e tuttavia non armati al livello dell'esercito borbonico.
E comprenderlo al di là della pagine buie che non mancarono, come la dura - e vergognosa - repressione di Bronte contro una insurrezione contadina, dai contorni ancora nel presente non bene definiti. Non c'è dubbio, poi, che al di fuori del caso-Sicilia il Risorgimento italiano sia stato più un fenomeno di elites che di massa, anche se questo probabilmente è un po' il caso di tutte le avventure della storia. Ma in assoluto non una «impostura» (nella dizione Bossi-Lombardo), un aggettivo talmente fuori luogo da motivare non poche reazioni, fra cui quella di Stefania Craxi che ha voluto rammentare al capo dei «lumbard» come Garibaldi, e con lui parecchi patrioti risorgimentali fossero degli «eroi del Nord» ,cioè gente di casa sua. Stefania Craxi parla avendo avuto alle spalle un padre - Bettino - accanito collezionista di cimeli garibaldini.
Insomma una buona fonte. Ci consenta di aggiungere che Garibaldi fu soprattutto un eroe italiano, non catturabile cioè al Nord oppure al Sud. Una conferma? Intanto il suo carteggio, specie le lettere dall'America, dove parla di un popolo italiano, che egli definisce «bello, buono, e generoso», degno di un migliore destino (chi scrive ne conserva una di queste lettere, frutto di un ritrovamento casuale, e se Stefania Craxi lo desidera gliene può fare avere la fotocopia). E ancora perché ebbe, nizzardo di origine, miglior destino al Sud più che al Nord della Penisola: La Sicilia lo amò, come si ama un santo, Napoli lo accolse in delirio, quando vi entrò da liberatore, avendo accanto a se Mazzini. Ed era un popolo che al momento non faceva distinzione fra la gente del Nord e quella del Sud.
Ci furono le statue che ogni municipalità meridionale fece a gara ad erigergli. Quanto al Nord basterebbe citare la freddezza con la quale Vittorio Emanuele II a Teano accolse l'uomo che gli aveva appena regalato un regno, quello delle due Sicilie, la cessione di Nizza alla Francia che ne fece, sono parole sue: «no straniero in patria», o ancora la fucilata dell'Aspromonte per dire che Garibaldi al Nord fu tutto fuorché un profeta, quanto meno nel Piemonte savoiardo. E' fuor di dubbio che in seguito non tutto filò liscio nei rapporti con il Meridione unificato. Ma questa è una vicenda che appartiene ai Savoia, non a Garibaldi.

domenica 21 ottobre 2007

E l'uomo giocò a fare Dio?

Partendo da una nuova frontiera dell’avanguardia biotecnologica com’è la creazione ex-novo di un cromosoma, vorrei indurre opinioni e confronti, su ciò che l’uomo può fare e non può fare con le componenti fondamentali della vita.

Recentemente i giornali hanno riportato la notizia che lo scienziato biotecnologo da alcuni definito “bio-pirata” Craig Venter col suo team di scienziati, è riuscito a creare in laboratorio il primo cromosoma sintetico, cioè la componente base di una forma di vita, e si appresta a breve ad annunciare la prima forma di vita realizzata in laboratorio. Questo è, come dice Ventre, un grande passo per la specie umana perchè “passiamo dalla lettura del codice genetico alla capacità di ri-scriverlo”.

Naturalmente questo annuncio ha alzato numerose problematiche di carattere etico, gran parte irrisolte.La scoperta consiste nell’aver creato un cromosoma sintetico usando solo sostanze chimiche create in laboratorio (anch’esse sintetiche) ricomponendo il puzzle di un cromosoma lungo 381 geni e contenente 580.000 coppie di codice genetico appartenente al batterio Mycoplasma genitalium: gli scienziati lo hanno “denudato” fino ad ottenere il minimo DNA indispensabile a sostentare la vita, togliendogli un quinto delle sue caratteristiche genetiche. Il cromosoma ricostruito sinteticamente, con il nome di “Mycroplasma laboratorium”, è stato trapiantato in una cellula viva del batterio.
Nello stadio finale del processo dovrebbe prendere il controllo della cellula e divenire una nuova forma di vita artificiale.
In generale non è nulla che non sia stato già tentato, cioè il trasferimento di materiale genetico all’interno di un altro essere vivente.
Ma fin’ora erano stati usati dei vettori come ad esempio virus, e permetteva di portare pochi geni per volta. Questa tecnica invece permette di portarne molti di più, e soprattutto apre la strada alla creazione del primo cromosoma umano sintetico, cioè costruito in laboratorio che porterà in futuro alla capacità di curare molte malattie genetiche.

Qui però come già detto sorge il problema etico:

l’uomo può sostituirsi a Dio?

Come studente di SMFN sono favorevole all’evoluzione della scienza in ogni sua componente, credo che si debba usare ogni metodo per curare malattie che senza questo tipo di tecniche sarebbero incurabili e non mi trovo per nulla d’accordo con quelle persone che credono che queste tecniche sia immorali e vadano fermate ad ogni costo, ogni evoluzione della scienza è un bene dell’umanità perché ci permette di capire se l’uomo ha o non ha dei limiti e cosa è giusto e cosa è sbagliato in scienza, bisogna togliersi dalla testa che esiste scienza buona e scienza cattiva perchè non è cosi, la scienza è scienza!!! Poi è l’uso che se ne fa che la rende buona o cattiva.

smfn.blogpolitik.it